martedì 2 giugno 2009

Roberta Conti


Mostra personale di Roberta Conti dal 13 al 28 giugno 2009
Orario: tutti i giorni dalle 17 alle 20 (Lunedì chiuso)
Chiesa di San Bernardo - Jesi (Ancona)

Roberta Conti è nata a Torino nel 1972. Vive e lavora ad Agugliano. Laureata al D.A.M.S. Arte dell'Università di Bologna, ha acquisito la qualifica di Visual Designer presso l'Istituto CNIPA di Ancona e attualmente è docente di Arte e Immagine. Dagli anni '90 espone mostre personali tra Ancona e Bologna e partecipa a collettive in varie città italiane. Ha ricevuto premi e selezioni nelle più recenti edizioni di concorsi come il Premio Artemisia a Falconara M. e il Premio Arteingenua a Brescia. Sorride soddisfatto Belzebuth, osservando le sue diaboliche e fagocitanti creature che si riproducono incondizionatamente nelle opere di Roberta Conti. Gira le spalle, impugna il suo forcone e lasciandosi dietro l’inconfondibile diabolico odore di zolfo, Belzebuth esce di scena accettando di stare al gioco: l’ironico modo di Roberta Conti di trattare la commedie umaine metropolitana contemporanea gli piace. Le schiere di esseri piatti e rotondeggianti si muovono disinvolti nello spazio senza prospettiva, conservano vagamente le forme umane e divengono una chiara firma dell’artista, capaci di farci immediatamente identificare le sue opere. Queste sintesi di micro mostri, in cui sono minimi gli elementi che li ricollegano al mondo umano, creano velocemente una schiera di eredi pronti ad assalire ed azzannare la nostra società. In realtà sono l’ultima evoluzione della razza umana che a forza di nutrirsi di immagini, di trottare a ritmi accelerati, di filosofeggiare e ragionare con tempi sincopati, si riduce a forme primordiali, ludiche, pronte ad esplodere e ad imbrattare tutti di liquido amniotico. Il primitivismo delle forme e la piatta stesura del colore rimandano vagamente ai lavori di Mirò, ma le spesse e decise linee nere tracciate da Roberta Conti si risolvono nella creazione di un mondo caricato di quella critica sociale che nulla ha a che fare con la veste onirica delle libere associazioni adottata dal maestro del Surrealismo.
Si sentono invece proprio a loro agio gli omini rotondeggianti, tra le produzioni artistiche legate all’onda del graffittismo newyorkese, che si sviluppa già a partire dagli anni ’70. La riduttività selvaggia, la ripresa di figure che sembrano essere recuperate da un immaginario popolare e il superbo impiego della coppia figura – sfondo, tipici del mondo dei graffiti, vengono sapientemente e personalmente rielaborati da Roberta Conti per partorire il mondo che gli appartiene, che lucidamente critica e alla fine accetta. Non è presuntuoso tirare in campo la figura di Keith Haring, le cui immagini scarnificate, ridotte quasi a geroglifici che si reiterano nello spazio all’infinito, facilmente si associano ai piccoli ominidi di Roberta Conti che invadono prepotenti e ariosi lo spazio delle tele. Alle sfilate seriali di Keith Haring che occupano pareti delle subway americane, Roberta Conti propone di riflesso tele di varie dimensioni in cui l’affollarsi degli ominidi, giocato sulla combinazione figura-sfondo e l’abilità di procedere per piatte campiture di colore rimandano alla ritrovata sapienza di fregi decorativi tutti contemporanei.
Ai suntuosi orpelli damascati del passato l’artista propone motivi figurativi nutriti dalle storiche radici della pop art, che legalizzano il rifiuto della prospettiva e le piatte ed uniformi stesure di colore, e fertilizzati dalle più innovative tendenze del mondo dei comics e delle nuove icone televisive. Per vivere e visualizzare i nostri tempi dunque, afferma con le sue opere Roberta Conti, quello che ci vuole non è più oro cesellato o elegante damascato ma tinte elettriche su forme cheap che sappiano deridere una società tanto amata quanto dispersa.

lunedì 4 maggio 2009

Gianluca Mainiero


Mostra personale di Gianluca Mainiero dal 16 al 31 maggio 2009
Orario: tutti i giorni dalle 17 alle 20 (Lunedì chiuso)
Chiesa di San Bernardo - Jesi (Ancona)

Gianluca Mainiero è nato a Como nel 1966.
Vive ad Ancona. Dopo il diploma, ha frequentato corsi su comunicazione visiva, cinema e fotografia. Dal 1992 ha partecipato a diverse mostre collettive in varie città italiane e dal 2002 ha organizzato alcune personali ad Ancona, Roma e Pisa. Ha avuto numerosi riconoscimenti, tra cui il più autorevole è il "Premio Pratomedialab" del "Centro per l'arte Contemporanea Luigi Pecci" di Prato, vinto nel 2003 con "The Harbour Project", opera di web art realizzata in collaborazione con Francesco Pirro (visual & sound designer). Dal 1998 è associato al network dei professionisti della “Compagnia per la Comunicazione” e dal 1999 è co-titolare dello studio di progettazione grafica per la comunicazione visiva “Two people in a room”.
Con margini sdruciti e coordinate di azione ed espressione ancora flessibili, entra nella scena dell’arte contemporanea, la Net.Art. Andare ad esplorare le “pratiche artistiche in rete”, significa tuffarsi o meglio navigare (e a volte naufragare) in tutti quegli ambiti di ricerca creativa, che a partire dagli anni novanta, operano esclusivamente in internet o in stretta relazione con essa. Coloro che dotano il mondo di internet di aurea artistica, condividono il manipolare a diversi livelli semantici l’informazione digitalizzata, fatta di parole e immagini, che determina l’ambiente della rete. Mettendo al bando il classico concetto di unicità dell’opera d’arte, conservata nell’istituzionale ambiente museale, i “net.artisti” proclamano, di converso, la riproducibilità istantanea ed infinita dell’opera aperta ad una indispensabile partecipazione degli utenti, detentori dell’attivazione dei processi creativi. Gli artisti in rete si coalizzano per non permettere la dispersione delle loro opere nel magma delle informazioni, dando vita a spazi espositivi virtuali come Adaweb, Ljudmila.org, Rhizome, Irational.org Turbolence, D-i-n-a.net, Ars Electronica attivandosi nello stringere collaborazioni, nell’organizzazione di mostre e concorsi. Sconvolte, sono così le politiche museali le quali, sentendosi detronizzate dal loro ruolo di mediatori culturali da un evolvere anarchico dell’arte che rivaluta il rapporto intercambiale autore – fruitore, solo in pochi casi giungono ad adeguati e felici sodalizi con il nuovo mondo della net.art. Il Whitney Museum finanzia progetti di ricerca per net.artisti, la Tate Gallery dà spazio a progetti on line, il Walker Art Center anticipa tutti nell’organizzazione di mostre e laboratori virtuali; Gianluca Mainiero propone a Jesi un esempio efficace ed intelligente di installazione artistica nutrita di immagini rubate al mondo in rete. Il protagonista del tutto è Nemo (sulla cui effettiva esistenza non ci è permesso di indagare) che nella sua abissale solitudine, trova un illusorio conforto navigando tra più di un centinaio di “cartelle condivise”, sbirciando tra immagini conservate in file personali, il cui accesso è possibile per una svista o per la volontà di un qualcuno. Un’operazione concettuale o meglio “interconcettuale”, completamente attuale nel dichiarare la crisi interpersonale di chi, incoscientemente aggredito dai nuovi mezzi di comunicazione ed espressione, rischia di perdere la vera essenza dei rapporti umani, accecato e rintronato dalla possibilità offerta dal nuovo mondo del net, di appropriarsi (solo apparentemente!) della vita altrui, costituendo flebili e fradici contatti tramite infinite immagini e informazioni messe in rete. Nemo trova una vecchia macchina fotografica degli anni ’50 (quanto di più anacronistico!) con dentro un rullino dal quale, sviluppandolo, esce solo una foto fuori fuoco in cui si intravede un passeggino. Quest’immagine ignota dal sapore orwelliano, di un attimo passato, suggerisce al nostro eroe una cura tutta cyber, che sembra essere più efficace di qualsiasi medicina, per la sua cronica solitudine: catturare e rubare attimi di vissuto umani nell’inesauribile mondo in rete senza il timore di essere visti o meglio di dover corrispondere qualsiasi tipo di attitudine relazionale. Alla postazione internet, cuore vitale dell’installazione, lo spettatore si siede e grazie al capillare lavoro di Nemo potrà iniziare a succhiare un po’ di quella linfa vitale da scatti rubati in rete dal retrogusto tutto virtuale. Con un libero gioco di pensiero, all’istantaneità delle immagini virtuali, Gianluca Mainiero accosta l’immediata fruibilità di una serie di Polaroid che rafforzano il senso del naufragato viaggio di Nemo. La tangibilità del passato affettivamente trascorso, intuibile dalle Polaroid, e le frequenze “Net found” appositamente composte da Francesco Pirro (sound designer) danno concrete giustificazioni alle azioni cyber-nautiche di Nemo.
Nell’era di Facebook, Digiland, Myspace, Youtube, Nemo è un eroe epico della nuova stirpe degli internauti, in viaggio (su traiettorie invisibili) verso spazi condivisi da miriadi di tessere umane, tessute insieme da relazioni sciolte ed inconsistenti.

domenica 5 aprile 2009

Lorenzo Mariani


Mostra personale di Lorenzo Mariani dal 18 aprile al 03 maggio 2009
Orario: tutti i giorni dalle 17 alle 20 (Lunedì chiuso)
Chiesa di San Bernardo - Jesi (Ancona)

Lorenzo Mariani è nato ad Ancona nel 1984.
Si diploma all'Istituto d'Arte di Ancona (sez. Immagine Elettronica) e consegue poi una laurea triennale alla LABA (Libera Accademia di Belle Arti) di Rimini. Attualmente frequenta un biennio specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali presso la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano. A 16 anni ha vinto il suo primo concorso, a cui ne sono seguiti poi altri (tra cui Premio Arte, Provincia di Ancona, menzione speciale al Premio Celeste), partecipando allo stesso tempo a diverse mostre collettive. Parallelamente ai propri studi lavora come graphic designer freelance per musei, gallerie d’arte ed etichette discografiche internazionali.
Parlare di immagine musicale apre una serie di prerogative, riguardanti una vasta schiera di gruppi di diverso genere, che dominano i febbricitanti palchi della scena contemporanea. Ovvio e per giunta scontato è suggerire lo stretto collegamento tra arte e musica, discipline che da sempre si sono contaminate e alimentate reciprocamente nella pratica e nella teoria di molti artisti. Interessante ed estremamente attuale, è invece declinare il binomio arte e musica alla ricostruzione lenticolare di un’intricata rete di personaggi la cui specifica produzione musicale ne determina una precisa ed identificabile immagine visiva. A partire dall’ideazione del logo, dal look, dalla produzione di gadget fino a giungere agli innati tratti fisionomici, ogni gruppo musicale a seconda del genere dei ritmi scelti può essere inserito in un riconoscibile settore ideologico e visivo distinto da determinati caratteri e distinguibili iter. Lorenzo Mariani, con la sua indiscutibile abilità tecnica si impegna severamente nell’elaborazione di questo tracciato visivo - musicale giungendo ad evidenti risultati. Coinvolti nella sua minuziosa ricerca sono i musicisti raccolti sotto sigle prevalentente anglofone, distribuite nell’underground più sincero, sfuggenti alla retorica musicale di massa. Visi espressivi, pelli tatuate escono dal chiaro segno grafico di Lorenzo Mariani, capace di congiungere le varie personalità di un mondo musico – visivo con l’uso della matita. Con la precisione pari a quella dello strumento fotografico, Lorenzo Mariani ci restituisce una serie di “sharp focus” (parole rubate a Sidney Janis!) che facilmente ci introducono nella ambigua stagione dell’Iperrealismo. Agli inizi degli anni ’70, rifiutando le tendenze ambientaliste e concettuali e allo stesso tempo rifuggendo da qualsiasi intento citazionista, gli artisti iperrealisti, in linea con la stagione Pop, continuano ad ammirare tutte le frange del contesto urbano, metropolitano sfidando la fotografia nella ripresa fedele del reale. Il mezzo pittorico o grafico, minacciato da quello fotografico, non si persuade assolutamente nel farsi da parte, ma intimorito dalla potenza del suo rivale ne ripercorre le orme. Ricalcando e seguendo i passi dell’immagine fotografica del mondo, la riproduzione con matita e carboncino si dota però di quell’aura di valore aggiunto che spetta al rifacimento “a mano” minuzioso e precisionista al massimo. Movimento, quello Iperrealista, che nasce in America con personaggi come Paul Staiger, Richard Estes spinti dal desiderio di commentare oggettivamente la solitudine degli uomini e delle cose in una società dell’apparire. Lorenzo Mariani, adottando la meccanicità fotografica impugna, certo di giungere ad una valida e veritiera teoria, la matita per riprodurre i musicisti senza compiere azioni di concettualizzazione o schematizzazione. La soggettività del suo lavoro sta però nel puntare l’obbiettivo, fino a giungere a delineare e constatare i tratti genetici ed artificiosi che, a seconda delle flessioni musicali, ogni gruppo musicale assume. L’artista ci sbandiera così, con iperrealista veridicità, codici identificabili che legano immagine e musica. Un moderno ed inconsueto trattato di fisiognomica musicale capace di creare un seguito agli antichi manuali scientifici, e di fornire ad un pubblico specializzato, lo strumento adatto per decifrare quello che la musica può raccontarci sintonizzandoci sulla frequenza visiva.

lunedì 2 marzo 2009

Alessio Pacci


Mostra personale di Alessio Pacci dal 14 al 29 marzo 2009
Orario: tutti i giorni dalle 17 alle 20 (Lunedì chiuso)
Chiesa di San Bernardo - Jesi (Ancona)

Alessio Pacci è nato a Jesi l’11 ottobre del 1984.
Attualmente iscritto all’Accademia di Belle Arti di Macerata con indirizzo di “Comunicazione Visiva multimediale”, nel 2007 ha svolto un’esperienza all’estero alla Academia de Bellas Artes de Bilbao. Le sue video-installazioni sono state selezionate in diversi festival della Provincia di Ancona. Si presenta nelle varie manifestazioni artistiche con il Gruppo Bakù, collettivo di giovani artisti, attivo nella diffusione delle espressioni artistiche contemporanee.
Non più l’opera oggettuale al centro della ricerca artistica, ma la dimensione spazio ambientale, costretta a sopportare un serrato e dinamico interrogatorio dell’artista. Quello che un fruttuoso colloquio “artista – ambiente” potrà darci, sono le giuste coordinate estetiche, capaci di creare una zona neutra in cui dinamiche spaziali ed architettoniche confluiscono in un rapporto armonico, dove un concetto riesce naturalmente ed artisticamente ad esprimersi. Tra i lavori con caratteristiche ambientali collochiamo sia gli ambienti veri e propri(definiti da pareti, soffitti, pavimenti) sia le installazioni in spazi interni ed esterni, che al limite estremo comprendono gli spettacolari interventi di Land Art. Balla e Depero proposero già nel primo decennio del ‘900 fantasiosi interni ancora però con una logica tutta decorativa, mentre i primi a costruire veri e propri ambienti, nel senso più innovativo sono il suprematista e costruttivista El Lissitskij e il dadaista Kurt Schwitters. Ad un ambiente estetico allestito con un armonico dialogo tra elementi architettonici e plastico strutturali del primo, Schiwitters risponde con una struttura plastica ambientale formata dalla sedimentazione di elementi presi dalla realtà quotidiana che divengono originale testimonianza del vissuto. Con l’avvento del concettuale, diverse sono poi le testimonianze di sperimentazioni ambientali, a partire dall’opera “Le vide” di Yves Klein presentata a la Galerie Iris Clert di Parigi nel 1958. Il giorno dell’inaugurazione i visitatori si trovano di fronte ad uno spazio lasciato completamente vuoto e solamente dipinto di bianco e blu IKB. Con uno spazio vuoto, immateriale e puro, l’artista voleva ricreare un’atmosfera, un vero e proprio clima pittorico che vuole divenire la migliore definizione di pittura in generale. Alessio Pacci convoglia i suoi intenti artistici nella resa di un’estetica ambientale sempre accompagnata o meglio arredata da un profondo e sottile messaggio di salvifica comunione dei popoli. Il giovane artista jesino entra in contatto con lo spazio intimo e decorato dell’ex chiesa di San Bernardo, invadendola con un ingombrante cassa da imballaggio. Le grezze pareti di tavole di legno contrassegnate dalla scritte convenzionali, portano in città tribù d’oltreoceano, sbarcate chissà perché e chissà come, proprio di fronte ad un dismesso altare barocco. Tutti siamo invitati ad entrare in questo nuovo spazio sinergico, spogliandoci di ogni preconcetto assorbito dalla naturale crescita culturale, psichica e civile. Ingenui e liberi da ogni struttura mentale imposta da una qualsivoglia società, si ha il diritto a passare la soglia della cassa. “Resettati” dal già vissuto, sarà possibile incontrare, entrare, vivere e comprendere culture fino ad allora considerate diverse e straniere. Per attivare questi processi di pensiero Alessio Pacci fa uso di video, immagini in movimento di volti proiettati in uno schermo interattivo che è il visitatore stesso ad attivare. A questa invasiva ed accattivante video installazione, l’artista associa una parete di resina segnata da impronte e tracce di vissuto. Qualcuno è passato ed ha lasciato un segno, tutti ce ne rendiamo conto ma è solo grazie all’artista che ce ne accorgiamo. La sagomata parete interagisce con il bianco ambiente, le cui risonanze sacre ancora conservate, combinate con il video proiettato sulle plastiche superfici di resina, innescano nel fruitore una circolare dimensione di pensiero sui visibili e sensibili segni che ci raccontano dell’altro. L’altro, che Alessio Pacci segue nelle sue mutazioni, combinazioni genetiche come rivela il video Homogeni, frutto di una collaborazione con Ilaria Sebastianelli. Così per coronare l’altare, l’artista sceglie un’icona post moderna dove la creatura umana in una sorta di liquida dimensione prenatale, attende già un benevolo Giudizio Universale.

lunedì 2 febbraio 2009

Corrado Caimmi


Mostra personale di Corrado Caimmi dal 14 febbraio al 01 marzo 2009
Orario: tutti i giorni dalle 17 alle 20 (Lunedì chiuso)
Chiesa di San Bernardo - Jesi (Ancona)

Corrado Caimmi è nato a Chiaravalle il 28 ottobre 1973.
Nel 1998 ha frequentato un corso di fumetto ad Acqua Viva Picena tenuto dal fumettista Silver e nel 2002 uno di illustrazione presso la Scuola Internazionale dei Comics di Jesi.
Dopo vari anni di esperienza come illustratore di testi scolastici presso la Casa editrice Tre Sei Scuola di Camerata Picena e la Casa editrice Mirò di Chiaravalle, dal 2007 è titolare dello studio grafico Archimedes di Chiaravalle.
Una stella che con una tuta strecht nera cerca di distrarre una luna curiosa per permettere alla sua complice di derubarla; un pupazzo di neve insonne, che dopo aver terminato l’ultima goccia di una bevanda super alcolica inizia a perdere il soporifero conto delle pecorelle, che veloci se la svignano con lo skate. Queste immagini popolano il mondo di Corrado Caimmi che, con indiscutibile perizia tecnica, delinea tavole dal fascino, solo a prima vista, innocente ed infantile.
Inquadrando l’artista chiaravallese nel campo dell’illustrazione, i suoi lavori continuano a far crescere e a creare un filone tutto personale di una tecnica dalle origini antichissime.
Già gli antichi egizi accompagnavano i testi con fogli occupati interamente da immagini i cui fini erano prettamente didascalici; dopo il fertile e fondamentale periodo delle Bibbie illustrate è l’ottocento, ed in particolar modo la creatività inglese, a far esplodere questo tipo d’espressività artistica che non occupa certamente gli ultimi gradini dei generi pittorici.
La realtà contemporanea sfrutta l’eredità del passato, per riversarla principalmente nei libri dell’infanzia, nella realizzazione di immagini da copertina (visto che libri illustrati per adulti sono andati oramai in disuso) e nella libera creazione di vere e proprie opere d’arte in cui un artista, omettendo deliberatamente il testo, può raccontarci favolose storie metropolitane. Un capitolo importante nella storia dell'illustrazione è occupato dal mondo dei comics, il quale con regole ed intenti ben precisi affronta le problematiche legate all'immagine abbinata alla parola; nel nostro caso è l'illustratore, nella sua dimensione più pura, la figura che ci interessa.
L’illustratore perciò prima di metter mano alle sue produzioni (dopo che ha la storia tutta in mente!) passa attraverso una complessa ricerca tecnica e figurativa che lo porta a confrontarsi con regole di anatomia, botanica, prospettiva (…), uscendone vincitore solo quando arriva ad una loro corretta e puntale pratica.
Corrado Caimmi, con sicura e felice manualità, si immerge in colori acrilici, colori ad olio, pastelli, collage e a volte in sperimentali prove di stampa, per presentarci in un foglio, molto spesso di carta, i protagonisti della sua immaginazione. Liberandolo da ogni vincolo, il mondo animale nelle sue opere convive e interagisce, senza regole e limiti fisici o intellettuali, con il mondo umano.
Tutti si muovono in una realtà in cui è facile riconoscere oggetti, elementi oramai icone del mondo giovanile e “bestiale” contemporaneo: lo skate simbolo anche questo in un certo senso artistico della nuova corporeità e concezione del movimento (Corrado Caimmi ne è un abile maestro), piercing, tatuaggi, colori di bombolette spray (prodotte in modo biologico, da una mucca!) che ci introducono nella realtà dei graffiti e della street art che l’artista vive e audacemente pratica.
Le sue storie che ora vediamo in mostra in formato intimo, da devozione privata, possiamo trovarle nel loro aspetto più provocatorio e ululante, al posto di vecchie edicole di campagna, girando nei sottopassaggi, sui muri di fabbriche dismesse, impressi lì a ricordare un personaggio terrestre o animale che in qualche modo ha coinvolto e stravolto la fervida immaginazione e sensibilità dell’artista.

martedì 6 gennaio 2009

Matteo Giacchella


Mostra personale di Matteo Giacchella dal 10 al 25 gennaio 2009
Orario: tutti i giorni dalle 17 alle 20 (Lunedì chiuso)
Chiesa di San Bernardo - Jesi (Ancona)

Matteo Giacchella è nato ad Ancona il 17 luglio 1978.
Laureato all'Università di Bologna-Facoltà di Lettere e Filosofia, D.A.M.S. Sezione Cinema, ha frequentato un corso di formazione superiore come tecnico delle produzioni audiovisive.
Ha avuto molte esperienze come regista, montatore, operatore, collaborando spesso con la Regione Marche.
Con il suo cortometraggio Contrappassouno, opera prima prodotta e diretta nel 2006, ha vinto il primo premio “Manifesto Kaibakh Arti” al Festival Arti Visive Kaibakh (Castione della Presolana – 2007) ed è stato semifinalista al “David di Donatello” sezione cortometraggi (Roma -2007); ha ricevuto menzioni speciali ed è stato selezionato da vari Festival.
Matteo Giacchella si presenta come videoartista e ci propone delle vere e proprie visioni in cui l’atto del vedere comporta una più rapida comprensione, cercando di creare una simultaneità d’intuizione che avvicina l’occhio alla mente. Questo processo di intuizione è possibile nella realtà contemporanea abituata, a volte assuefatta, ad un alto impatto mediatico dato dalla produzione cinematografica, pubblicitaria e in generale televisiva che ha creato una sensibilità ed una capacità di decodifica istintiva dei linguaggi visivi propri delle immagini in movimento. Nell’atto della visione video, si rilevano la personalità artistica e l’ideologia soggiacente, mimetizzati dalla modalità d’impiego dei mezzi tecnologici ormai giunti ad alte possibilità e capacità tecniche.
Nel corso della storia della videoarte che compare già alla fine degli anni ’50, in primis è giusto ricordare l’eredità del movimento Fluxus e le figure pioneristiche di Jonas Makes o Stan Brakhage, artisti che dimostrano la diversità e la vastità di potenzialità legate alla creatività elettronica, inaugurando un nuovo capitolo nel mondo dell’espressività artistica, che riceve solo negli anni ’80 una definitiva consacrazione museale.
Matteo Giacchella sfrutta le ricche proprietà del digitale e manipola la flessibilità dei nuovi mezzi tecnologici, dando vita alle sue visioni che in alcuni casi esplorano i confini del vero “naturale”, in altri sferzano critiche pungenti al mondo tecnologico contemporaneo stesso che fagocita e produce i nuovi cervelli “ribolliti”. Il passaggio leggero ma vorticoso delle nuvole di cui si respira la soffice ma ingombrante transitorietà, divengono immagini in un certo senso pittoriche che Matteo Giacchella “scarica” e rielabora sapientemente in formato video. Così come le nuvole si tramutano in dinamiche visioni pittoriche, anche una goccia che concede la sua integrità alle superfici smerigliate di vetri spezzati, diviene il ritratto di un angolo nascosto di realtà naturale, pronta a sconfinare nel mondo delle visioni estetiche, cedendo la sua natura fisica in cambio di una più propriamente artistico - elettronica. Piega poi il video, Matteo Giacchella, a tutt’altro fine artistico. Con “Contrappassouno”, dirigendosi verso un filone critico- narrativo, immerge lo spettatore in una conturbante storia di solitudine in cui lo spirito di un deus ex machina dirige la produzione di umanoidi. Lancia inoltre in pista una problematica viva già dai primi passi della videoarte: la video ambientazione. I nuovi rapporti spaziali che le video installazioni intrattengono con i luoghi espositivi, aprono ancora una volta un’interessante frontiera tutta contemporanea sulle modalità di fruizione di questa nuova forma di opera d’arte, di cui Matteo Giacchella è pienamente consapevole. Spesse tele di ragno ingabbiano schermi che nel divorare l’umana civiltà hanno deciso di conservane le parti più appetitose. Un luminoso complesso scultoreo, ai limiti del kitsch, presenta il video Contrappassouno, lasciandoci in bocca un sorriso amaro e la paura che prima o poi possa evolversi in un letale cortocircuito.

Marta Mancini


Mostra personale di Marta Mancini dal 13 al 28 dicembre 2008
Orario: da martedì a sabato dalle 16 alle 19, domenica dalle 17 alle 20
Chiesa di San Bernardo - Jesi (Ancona)

Marta Mancini nasce il 27 novembre 1974 a Jesi, dove vive e lavora.
Dopo essersi diplomata nel 1998 all’Accademia di Belle Arti di Urbino, espone le sue opere in numerose mostre collettive e personali.
Tra le personali, la prima nel 1998 nella Galleria Scalpellini di Viserba (RN) e le più recenti nel 2008, Assente all’atelier dell’Arco Amoroso di Ancona e d2 all’Osteria del Teatro di Senigallia (AN). Nel 1998 partecipa al premio “Borsa di studio Alida Epremian” a Rimini e al “Premio Marche 1998” alla Mole Vanvitelliana di Ancona.
Tra le ultime mostre collettive, nel 2007 profilo d’arte al Museo della Permanente a Milano, sogno: titolo provvisorio a Serra de’ Conti (AN) e il male al Premio Arti Visive a Milano; nel 2008 artefatto/blitz estetico organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste.
L'antico odore di olio di lino segna un tracciato spezzato ed emozionato tra le tele di Marta Mancini. Sono estesi e principalmente orizzontali gli spazi su cui si muovono le forme delicatamente combinate dell'artista. Forme geometriche che si presentano nella loro riconoscibile veste, ma leggermente fuori fuoco. E l'anima di queste forme è il colore, nelle sue variazioni sottili, nel suo aspetto materico e nella sua ancestrale alchimia. Le opere proposte in questa occasione dall’artista si modulano sul bianco e caricano di essenza cromatica quello che per definizione non è scientificamente un colore.
Le tele che propone la Mancini non si allontanano assolutamente dal concetto di reale, a cui le ultime tendenze artistiche spesso si riferiscono, mostrando una carica innovativa che ha piedi ben saldi in correnti storiche quali l’espressionismo astratto e il minimalismo. Due correnti che in un certo senso si sbeffeggiano l’un l’altra, ma da cui Marta Mancini coglie in ognuna gli elementi che le tornano utili per la sua personale espressività.
Oggetti, elementi concreti, paesaggi vengono trasfigurati dall’artista sostituendo il codice figurativo con quello non figurativo, traducendo ogni cosa in lievi e gratificanti strutture.
Sembrano richiamare linee di paesaggi familiari le opere dell’artista jesina, trasmettendoci le sensazioni di un ambiente, di un luogo vissuto e amato che evanescente fluttua nello spazio della tela, lasciando comunque una linea decisa su stratificate tele preparate.
Spesso infatti Marta Mancini ritorna su una tela che ha già ospitato altre forme, come per continuare a scrivere le pagine di un diario intimo, personale creando un moderno palinsesto. A parlare e segnare il corso del tempo, sono le forme fatte integralmente da colore. La sua ricerca dunque si allontana dall’idea di spersonalizzazione dell’artista e del suo ridotto intervento manuale, legata a molte correnti non figurative che operano per modelli geometrici.